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Storia ed evoluzione delle strategie di difesa

Dai primi interventi sui corsi d'acqua alla situazione odierna.

Il legame tra l'uomo e l'acqua è complesso: l'acqua rappresenta un bene essenziale per la vita ed irrinunciabile per lo sviluppo sociale ed economico, ma anche un elemento dall'elevato potere distruttivo. Sin dall'antichità l'uomo ha dovuto convivere e confrontarsi con l'acqua, rendendosi conto di fronteggiare un elemento difficilmente governabile, con proprie leggi alle quali doversi adattare. La necessaria convivenza dell’uomo con la risorsa idrica e, di conseguenza, l’esigenza di proteggersi dai disastrosi effetti delle piene hanno determinato nel tempo la realizzazione di interventi mirati alla gestione e al controllo del reticolo e dei bacini idrografici.

In Trentino la storia della difesa dai pericoli naturali è nata, e si è sviluppata, di pari passo con la società alpina e, nei secoli, ha dato luogo alla realizzazione di un imponente patrimonio di opere di sistemazione idraulica a presidio del territorio.

Una storia di alluvioni...

Il francescano Giangrisostomo Tovazzi, nella sua opera 'Malographia', racconta una storia di alluvioni in Trentino che ha inizio nel 584 e termina nel 1777. L’autore narra di una violenza spaventosa che si scatenava inaspettatamente per ragioni che trovavano spiegazione solo nella volontà divina. Ma anche nei secoli successivi la popolazione conoscerà altre disastrose alluvioni, contro le quali le opere di arginazione e di contenimento dei corsi d’acqua promosse nei decenni precedenti nulla poterono.

Le prime testimonianze documentate di difese arginali in legname lungo il fiume Chiese ed esempi di opere storiche preservate fino ai nostri giorni risalgono alla fine del XIV secolo. Ne è un esempio la serra nella forra di Ponte Alto, fatta erigere nel 1537 dal Principe Vescovo Bernardo Clesio per difendere il borgo di Trento dall'impeto delle acque del torrente Fersina.

Ponte Alto, immagine storica

Un punto di svolta: l’alluvione del 1882

Fu l’alluvione del 1882, una delle più disastrose che colpì l’arco alpino centro-orientale, che evidenziò il grave stato di dissesto del territorio evidenziando come le opere di arginazione e di contenimento dei corsi d’acqua promosse nei decenni precedenti fossero insufficienti.

Il 1882 segnò quindi un primo punto di svolta nell'attività e nell'organizzazione degli interventi di difesa del territorio, che entrarono a far parte di una programmazione strategica, sistematica e razionale. Questa riorganizzazione delle sistemazioni montane, ha positivamente guidato le attività nel secolo successivo nella nostra provincia, mantenuta anche in seguito al riconoscimento dell'autonomia della regione Trentino-Alto Adige ed al passaggio di competenze sui bacini montani avvenuto nel 1949.

L’alluvione del 1966 e il Piano De Marchi

Ma altre emergenze alluvionali flagellarono puntualmente il Trentino anche dopo il 1882. È il caso dell’alluvione del 4 e 5 novembre 1966, ricordata come uno degli eventi più severi del secolo scorso che mise in ginocchio gran parte del territorio trentino, e non solo.

Trento, piazza della Portela: foto storica relativa all'alluvione del 1966

Ancora una volta è una grande alluvione a segnare una nuova svolta, sia sotto il profilo tecnico sia quello programmatico: le disastrose conseguenze portarono il governo e la comunità nazionale a riflettere sulle politiche attuate fino ad allora, nella consapevolezza che le esigenze di sviluppo e salvaguardia richiedevano una nuova politica di gestione del territorio. La 'Commissione De Marchi', istituita pochi mesi dopo l'evento allo scopo, adottò una visione sistemica della difesa del suolo di vasto raggio, attraverso un approccio multidisciplinare ed una programmazione trentennale degli interventi di sistemazione idraulico-forestale dei bacini montani e dei fondovalle.

In Provincia di Trento, la realizzazione di interventi 'strutturali' fu per la prima volta accompagnata da politiche di intervento 'non strutturali', per la disciplina dell'espansione urbanistica e della gestione territoriale. Più in generale, nell'arco dei trent'anni di validità del piano De Marchi, e poi fino ad oggi, è stata perseguita un'azione volta alla difesa del suolo e alla manutenzione del territorio attraverso interventi estensivi ed intensivi, cercando di riservare la giusta attenzione nei confronti degli impatti ambientali ed ecosistemici.

Oggi: un percorso di gestione integrale del territorio

Altra importante tappa nello sviluppo della pratica attuale di gestione dei corsi d'acqua, e più in generale del territorio, fu il riconoscimento della competenza provinciale sui corsi d’acqua ed i laghi iscritti nell'elenco delle acque pubbliche, attuato dalla legge provinciale n. 8 del 1976 'Norme in materia di acque pubbliche, opere idrauliche e relativi servizi provinciali'.

Strigno, torrente Chieppena: a sinistra, gli effetti dell'alluvione del 1966. A destra, la sistemazione del corso d'acqua a valle dell'evento.

Dal 2006 tutte le funzioni e le attività di difesa del suolo, di realizzazione degli interventi strutturali e di prevenzione, anche attraverso l'individuazione delle aree a pericolosità alluvionale e torrentizia, sono state inserite in un percorso di 'gestione unitaria dei corsi d'acqua'. Da un lato si ha l'entrata in vigore del Piano Generale di Utilizzazione delle Acque Pubbliche, dall'altro, l'istituzione del Servizio Bacini montani quale struttura unica per la gestione delle attività di difesa del suolo e per la sicurezza idraulica.

Il pensiero attuale riconosce i limiti delle sole opere di difesa nel contrastare gli eventi estremi, cercando di porre maggiore attenzione e rafforzare i concetti di 'prevenzione' ed 'approccio integrato' fra le attività di sistemazione, pianificazione urbanistica e gestione del 'rischio residuo' attraverso attività di protezione civile e di comunicazione alle collettività.

Appare chiaro che l'opera di mitigazione dei pericoli naturali non potrà tuttavia mai considerarsi finita, in quanto costante ed ineluttabile risulta essere il processo di degrado messo in atto dalle forzanti naturali e, in parte, dalle attività antropiche.

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Pagina pubblicata Martedì, 29 Gennaio 2019 - Ultima modifica: Martedì, 12 Febbraio 2019

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